Civilista e Divorzista a Santa Maria Capua Vetere, Caserta

TRIBUNALE ORDINARIO DI LAGONEGRO

Il Giudice, dott. Giovanni Pipola,

Visti gli atti della causa iscritta al n. 751/2012 del registro generale degli affari civili contenziosi del Tribunale di Lagonegro, avente ad oggetto: denuncia di danno temuto ai sensi dell’art. 1172 c.c., provvedimenti d’urgenza ex art. 700 c.p.c.;

TRA

  1. M. L., nata a Potenza l’11.1.1953, C.F. ….., residente in Santa Maria Capua Vetere (Ce) alla via G., rappresentata e difesa dall’avv. Angelo Cocozza, elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. M. S., sito in Lauria (Pz) alla via Melara n. 10;

RICORRENTE

E

  1. P., residente in Lauria (Pz) alla via … n. 47, C.F. …;
  2. M. A., residente in Lauria (Pz), alla via …, C.F. …;

entrambi rappresentati e difesi dall’avv. F. A. V., elettivamente domiciliati presso lo studio del difensore, sito in Francavilla in S. (Pz) alla via … n. 20;

RESISTENTI

Sciogliendo la riserva formulata all’udienza del 15.12.2015,

ha emesso la seguente

O R D I N A N Z A

Con ricorso ai sensi dell’art. 700 c.p.c., depositato in data 19.11.2012, C.M.L., premesso di essere comproprietaria, insieme a I. P., P. M. A. e A.D., di un fabbricato destinato ad uso abitativo, sito in Lauria Superiore, al Vico ….. n. …, lamenta che l’immobile versa in pessimo stato manutentivo: ed infatti, si riscontrano infiltrazioni nel sottotetto, con crolli di parti dello stesso, lesioni dei listelli della copertura del fabbricato e delle travi in legno, rottura di tegole; eccessiva elasticità del solaio posto tra l’unità immobiliare di proprietà della ricorrente e quella sottostante di proprietà di I. P., con dislivelli e distacchi del pavimento, che rendono verosimile il pericolo di crollo della struttura; distacchi dell’intonaco esterno. Le condizioni dell’immobile, quindi, deduce la ricorrente, inducono a ritenere esistente un pericolo, certo ed attuale, di aggravamento dei danni già esistenti, che, nell’inerzia degli altri comproprietari ed in assenza degli interventi urgenti per rimuovere le cause del dissesto, potrebbe dar luogo ad un pregiudizio definitivo ed irreparabile: per tali motivi, C. M. L. ha chiesto ordinarsi a I. P. e P. M. A. di consentire l’accesso alle loro proprietà al fine di procedere all’esecuzione dei lavori necessari e di contribuire alle spese relative secondo la misura delle rispettive quote di comproprietà.

Regolarmente notificati il ricorso introduttivo ed il decreto di fissazione dell’udienza, si sono costituiti in giudizio I. P. e P. M. A.: i resistenti, premesso di non aver mai inteso ostacolare l’esecuzione dei lavori di manutenzione delle parti comuni dello stabile, essendo sempre stati disponibili a trovare un accordo in tal senso, eccepiscono: preliminarmente, l’inammissibilità dell’azione cautelare esperita per difetto di residualità; nel merito, la mancanza del presupposto dell’imminenza del pericolo del danno lamentato, posto che il pregiudizio paventato sarebbe sorto già nel 2009, e la carenza del fumus boni iuris, per non risiedere la ricorrente nell’immobile oggetto del giudizio. Per tali motivi, I. P. e P. M. A. hanno chiesto dichiararsi l’inammissibilità della domanda cautelare e, in ogni caso, il rigetto della stessa.

Nel corso del giudizio le parti hanno più volte tentato di raggiungere un accordo per comporre la lite: si sono, quindi, susseguiti diversi rinvii a tal fine; stante l’impossibilità di definire in via transattiva la vertenza, il Giudice con ordinanza del 5.6.2013 nominava come consulente tecnico l’Ing. F. C. e fissava per il conferimento dell’incarico l’udienza del 12.6.2013: alla successiva udienza dell’8.10.2013, le parti rappresentavano di aver raggiunto, in occasione del primo sopralluogo dell’ausiliare, un’intesa di massima in ordine ai lavori da farsi, come da verbale sottoscritto ed allegato alla prima relazione depositata dal CTU in data 19.6.2013; tuttavia, vista la mancata attuazione dell’accordo, dopo due ulteriori rinvii, all’udienza del 18.7.2014 il giudice onorario titolare del procedimento convocava il consulente, affinché fosse incaricato di completare il mandato; all’udienza del 13.1.2015, lo scrivente, subentrato nella titolarità del procedimento, rinnovava l’incarico al consulente secondo i quesiti già formulati; depositata la relazione in data 14.4.2015, il giudizio veniva rinviato per la decisione all’udienza del 20.10.2015, con assegnazione alle parti di termine per note illustrative; a tale udienza, le parti chiedevano concordemente un ulteriore rinvio, dovuto all’impossibilità sopravvenuta del difensore di parte ricorrente, per gravi motivi di salute, di svolgere il mandato difensivo e la conseguente necessità per la parte di sostituzione del difensore medesimo; pertanto, all’udienza del 15.12.2015 la causa è stata riservata per la decisione.

Il ricorso è fondato e merita accoglimento.

Occorre, anzitutto, qualificare correttamente la domanda cautelare, non condividendosi pienamente la prospettazione fatta propria da parte ricorrente, che invoca (impropriamente) la tutela cautelare atipica d’urgenza di cui all’art. 700 c.p.c.: ed infatti, al di là del nomen iuris adottato dalla parte nell’atto introduttivo, compete, in ogni caso, al giudice interpretare e qualificare la domanda, in ciò attenendosi esclusivamente alle allegazioni in fatto ed alle ragioni della pretesa, con il solo limite di non alterare il “petitum” e la “causa petendi”; quando nei fatti e nelle circostanze prospettati dalla parte siano da ravvisare le condizioni che legittimano l’emanazione di provvedimenti cautelari specificamente disciplinati dalla legge (quali, ad esempio, i provvedimenti per denuncia di danno temuto), il giudice ha il potere-dovere di applicare le norme relative ai provvedimenti medesimi, anche se la tutela sia stata richiesta e la domanda sia stata esercitata attraverso l’improprio riferimento all’art. 700 c.p.c.,; inoltre, non è dato ravvisare una sostanziale differenza tra le due forme di tutela, atteso che sia i provvedimenti richiesti che quelli concessi sono diretti identicamente ad evitare che un evento possibile o probabile possa irrimediabilmente pregiudicare interessi tutelati dal diritto (cfr. Cass., Sez. 2, Sentenza n. 398 del 18/01/1994).

Occorre, nel caso di specie, valorizzare i fatti prospettati dalla ricorrente, la quale lamenta il pericolo di pregiudizio che all’appartamento in condominio di sua proprietà potrebbe derivare sia dalle parti comuni dell’edificio (copertura e mura del fabbricato), sia da quelle in comunione indivisa con il proprietario dell’appartamento sottostante (solaio); pericolo, questo, idoneo a compromettere l’integrità strutturale del bene e le facoltà di utilizzo del proprietario.

La domanda deve, quindi, essere ricondotta al paradigma normativo della denuncia di danno temuto, ai sensi dell’art. 1172 c.c..

Presupposti dell’azione nunciatoria in esame sono il rapporto da cosa a cosa, che non presuppone necessariamente la completa altruità della cosa da cui promana un pericolo di danno; la sussistenza di un pericolo di danno grave alla cosa che formi oggetto del diritto del denunziante, da intendersi alla stregua di pregiudizio di apprezzabile consistenza al bene in proprietà o possesso del denunciante (cfr. Tribunale Savona 08/04/2014; Tribunale Monza, 18 dicembre 2013); la sua prossimità, ovvero l’attuale ed incombente attitudine ad arrecare il detto pregiudizio.

Non costituisce condizione di ammissibilità della domanda l’esclusiva altruità della cosa produttiva di pericolo: tale conclusione viene suffragata dal raffronto tra le due previsioni normative regolanti le due distinte ipotesi di azioni nunciatorie, ove si consideri che, mentre quella di cui all’art. 1171 c.c., disciplinante la denunzia di nuova opera, espressamente richiede che l’opera sia stata “da altri intrapresa sul proprio come sull'altrui fondo”, nell’ipotesi di cui all'art. 1172 c.c., la norma, nel richiamare “qualsiasi edificio, albero o altra cosa ...”, quale fonte del pericolo sovrastante la cosa formante oggetto del diritto tutelato, per la sua onnicomprensività, consente il ricorso all’azione cautelare a prescindere dal suddetto requisito, purché la parte ricorrente non sia in condizione di provvedervi autonomamente. Anche in tali ipotesi, infatti, ricorre quel “rapporto tra cosa e cosa”, che è condizione dell’azione in questione (cfr. Cass., Sez. 2, Sentenza n. 1778 del 29/01/2007).

In tema di comunione e condominio degli edifici, è risalente e consolidato l’insegnamento della Suprema Corte, secondo cui, mentre il tetto che funge da copertura dell’edificio, per la sua necessaria funzione, è un bene comune, dovendo la responsabilità per i danni arrecati delle cose comuni e le spese necessarie per la loro conservazione gravare su tutti i comproprietari in proporzione alle rispettive quote, in applicazione dei criteri dettati in tema di comunione dagli artt. 1101 e 1104 c.c. e in tema di condominio degli edifici dagli artt. 1117 e 1123 c.c. (l’applicabilità anche al condominio degli edifici delle norme generali sulla comunione, peraltro, trova sicuro riscontro normativo nel rinvio operato dall’art. 1139 c.c.); il solaio che separa il piano sottostante da quello sovrastante di un edificio appartenenti a diversi proprietari deve ritenersi, salvo prova del contrario, di proprietà comune dei proprietari dei due piani, costituendo l’inscindibile struttura divisoria tra le due proprietà, con utilità ed uso uguale e inseparabile per le medesime e correlativa inutilità per gli altri eventuali condomini: ne consegue che alla manutenzione e ricostruzione di tutte le sue parti sono tenuti in parti eguali i due proprietari, secondo il disposto dell’art. 1125 c.c. (cfr. Cass., Sez. 2, Sentenza n. 3178 del 23/03/1991; Cass., Sez. 2, Sentenza n. 1225 del 28/01/2003; Cass., Sez. 2, Sentenza n. 18420 del 08/09/2011).

Orbene, quanto al caso di specie, lo scrivente ritiene pienamente condivisibili e fa propri i risultati della consulenza tecnica d’ufficio a firma dell’Ing. F. C., in quanto frutto di adeguate indagini tecniche e congruamente motivati, secondo un percorso logico-argomentativo immune da vizi o censure.

Va, anzitutto, precisato che, a differenza di quanto affermato da parte ricorrente, l’intero edificio appartiene in comproprietà ai soli C. M. L. (ricorrente), P. M. A. e I. P. (resistenti): il consulente ha, infatti, verificato che i piani terra e primo appartengono a P. M. A., il secondo a I. P., il terzo e quarto a C. M. L..

Del resto, non è contestata l’appartenenza alle parti dei beni oggetto della lite.

Va ancora evidenziato che, essendo il solaio un bene in comunione pro indiviso tra i proprietari dei due piani sovrapposti, è da escludere che la ricorrente potesse rimuovere il pericolo in via autonoma, anche in considerazione del mancato superamento del contrasto insorto tra le parti, perlomeno, quanto alle concrete modalità attuative dell’accordo raggiunto.

L’ausiliare ha dato puntuale riscontro delle criticità che interessano la porzione dell’edificio di proprietà della ricorrente, oltre che, più in generale, l’intero immobile, di cui nella relazione viene descritto lo stato manutentivo carente, con particolare riferimento agli elementi strutturali.

Sul punto, si ritiene opportuna una premessa: l’indagine giudiziale ed i conseguenti provvedimenti a tutela del diritto della ricorrente dovranno essere circoscritti negli specifici limiti della domanda e non potranno che avere ad oggetto i soli beni che rappresentano per tale diritto una fonte di pericolo e per i quali si rende effettivamente indispensabile un intervento urgente, ovvero la copertura dell’edificio, il solaio posto tra l’appartamento della ricorrente e quello di I. P. e le mura esterne e le altre parti dell’edificio di cui si dirà appresso: in altri termini, pur avendo rilevato il consulente, come si dirà, una situazione di potenziale pregiudizio anche per i piani in proprietà esclusiva dei resistenti (in relazione alle criticità del rispettivo solaio divisorio), tuttavia, tale aspetto esula dai limiti del presente giudizio e, pertanto, al Giudice non è consentito, in mancanza di un’espressa domanda in tal senso, pronunciare provvedimenti in ordine a rapporti che non formano oggetto del giudizio e per i quali tali provvedimenti non sono stati richiesti. Con ciò, evidentemente, non si vuole sconfessare la necessità, segnalata dal consulente, di un intervento complessivo, che investa l’intero immobile, o tralasciare il giudizio tecnico dallo stesso espresso, ma solo evidenziare che la pronuncia deve, pur sempre, necessariamente corrispondere ai limiti della domanda; restando, in ogni caso, impregiudicato il potere dei resistenti di intraprendere autonomamente tutte le iniziative opportune o necessarie per la conservazione dei beni in proprietà comune, ai quali è estranea la ricorrente, che non formano oggetto della domanda e che sono, pertanto, estranei al presente giudizio.

Ciò posto, si osserva che per ciò che attiene alle strutture orizzontali, il consulente ha accertato (per tutti i solai intermedi ma, in particolare, per quel che in questa sede interessa), in relazione al terzo solaio, posto tra il piano secondo (di proprietà di I. P.) ed il terzo (di proprietà della ricorrente), diffusi fenomeni di degrado dovuti a vetustà e mancanza di manutenzione (ammaloramento delle travi lignee, deformazione del tavolato, avvallamento del piano di calpestio, insufficiente rigidezza nel piano e fuori piano dal piano del solaio, vibrazioni).

Per il solaio di copertura, l’ausiliare ha riscontrato una modificazione degli allineamenti geometrici delle falde, deformazioni delle orditure principali, segni evidenti di crisi strutturale degli architravi lignei in corrispondenza delle aperture.

Le strutture verticali presentano solo minori lesioni isolate.

L’intonaco a copertura delle pareti esterne risulta degradato ed è soggetto a distacchi e decalcificazione, ciò che è causa di infiltrazioni di acque meteoriche in atto.

Problematica anche la situazione delle finiture deputate alla protezione degli agenti atmosferici, considerato che la pareti interne subiscono infiltrazioni d’acqua, cha hanno aggravato le condizioni già compromesse delle strutture.

Orbene, la situazione di fatto in cui versa l’immobile in comproprietà delle parti, come descritta dal CTU ed evincibile sia dalla documentazione fotografica allegata alla relazione, sia dai rilievi fotografici allegati alla perizia di parte ricorrente, consente di ravvisare il pericolo di danno grave e prossimo, presupposto della tutela cautelare richiesta; a tal proposito, è opportuno rilevare che il pericolo di danno, che legittima la tutela cautelare ex art.1172 c.c., non deve necessariamente assurgere ad un pregiudizio irreparabile, potendo lo stesso essere suscettibile di evoluzioni in senso peggiorativo, sia per la struttura della cosa che per il complessivo godimento della stessa da parte degli occupanti.

Sussiste, quindi, il ragionevole pericolo di futuri aggiuntivi danni all’immobile oltremodo gravi, tali da limitare significativamente le condizioni di normale fruizione del bene e minarne la stabilità complessiva: è evidente che le diffuse precarietà strutturali, il presumibile aggravarsi del fenomeno in assenza di interventi tempestivi volti alla loro riparazione, unitamente alla vetustà dell’organismo edilizio, sono tutti fattori che concorrono a descrivere uno stato di pericolo attuale, in cui, se è vero che parte del danno per l’immobile appartenente alla ricorrente si è già concretizzata, tuttavia, la proiezione futura dello stesso lascia intendere un significativo, sostanziale aggravamento, con pericolo di ulteriori lesioni alle strutture dell’edificio, di crolli e, in generale, di pregiudizi di portata anche maggiore di quelli attuali, che potranno investire, non da ultimo, anche la salute e l’incolumità delle persone che occupano l’immobile.

È, infine, appena il caso di sottolineare che l’attualità del pregiudizio non è esclusa dal fatto che questo trovi la sua origine nella vetustà del fabbricato o dal fatto che l’insorgenza delle prime criticità strutturali possa esse collocata in epoca più o meno remota, come affermato dai resistenti: la valutazione del pericolo di danno, infatti, quale necessario presupposto per l’accoglimento della tutela in discorso, non può che essere rapportata all’attualità, secondo l’espresso dettato normativo. Anche volendo ritenere, quindi, che la causa remota dei danni strutturali sia da ascrivere ad un processo lento e graduale, in cui un’efficienza causale oltremodo rilevante hanno avuto sia la mancanza di interventi manutentivi adeguati, sia la vetustà dell’immobile, sia le sue intrinseche caratteristiche costruttive, ciò non toglie che, per il lungo decorso del tempo, lo stato di fatto si sia ad oggi progressivamente deteriorato, sino a comportare l’insorgere di un pregiudizio potenziale, che, per le sue caratteristiche attuali, non può non fondare la tutela d’urgenza richiesta.

Quanto alle misure a tutela del diritto della ricorrente, non appare privo di rilievo il fatto che le parti abbiano sottoscritto, come già illustrato, un’intesa di massima relativamente alle tipologie di interventi da eseguire (cfr. la relazione depositata dal CTU Ing. F. C. in data 10.9.2013), i cui contenuti, del resto, ricalcano le indicazioni fornite dall’ausiliare in ordine alle opere necessarie per garantire la sicurezza strutturale dell’edificio; pur essendo insorto un contrasto sulle concrete modalità attuative.

Le opere urgenti per garantire la sicurezza dell’appartamento della ricorrente sono, quindi, indicate dall’ausiliare al paragrafo n. 6 della relazione:

  1. Risarcitura e cucitura dei setti murari fessurati, con eventuali iniezioni di resina compatibile con la natura costruttiva del setto;
  2. Sostituzione del solaio con ammorsamento nella muratura perimetrale al terzo impalcato (tra il piano secondo, proprietà I., ed il terzo, proprietà C.);
  3. Sostituzione dei solai di copertura;
  4. Creazione del cordolo di coronamento delle coperture;
  5. Rifacimento degli architravi dei vani finestre e porte;
  6. Rifacimento del manto di copertura con strato impermeabilizzante;
  7. Rifacimento dei tramezzi connessi agli interventi strutturali;
  8. Rifacimento delle pavimentazioni connesse agli interventi strutturali;
  9. Rifacimento degli intonaci connessi agli interventi strutturali ed ammalorati;
  10. Sostituzione dei canali di gronda e delle pluviali con verifica degli scarichi a valle.

 

Nel dettaglio, le opere indicate andranno eseguite secondo quanto specificato nel computo metrico allegato alla relazione di consulenza, qui da intendersi per richiamato e trascritto.

Per tutte le esposte ragioni, la ricorrente C. M. L. viene autorizzata ad eseguire, a regola d’arte e previa acquisizione di tutti i necessari titoli abilitativi amministrativi, i lavori sopra indicati, essendo i resistenti tenuti ad astenersi dall’ostacolare i lavori (quanto al contenuto del provvedimento da adottare nel caso concreto, Cassazione, sentenza n. 1778, del 29/01/2007, con riferimento al caso sottoposto al suo esame, in cui il pericolo promanava da un bene comune, ha avuto occasione di chiarire che “la circostanza che il provvedimento del giudice si sia esaurito nell'autorizzazione, concessa ai ricorrenti, a provvedere direttamente all'esecuzione dell'intervento reso necessario dalla situazione di pericolo, anzichè in un ordine, convalidabile nella successiva fase di merito, alla controparte, non può ritenersi tale da snaturare, nella specie, l'azione proposta, considerato che non necessariamente l'interdetto deve concretarsi nell'intimazione di un facere o non facere, ben potendo anche comportare un pati (ordine, rispetto ai precedenti, meno incisivo nella sfera dei destinatari), tenuto conto dell'ampia discrezionalità concessa al giudice dall'art. 1172 c.c., comma 1, u.p., di adottare "secondo le circostanze" i provvedimenti più adeguati al caso; d'altra parte la concessa autotutela, implicante l'ordine alla controparte di non opporsi alla realizzazione del richiesto intervento su un bene comune, tale da far cessare il pericolo derivante dall'uso dell'altro bene comune, risulta nella specie chiaramente strumentale rispetto all'affermazione, contenuta nella successiva decisione di merito, del diritto degli attori alla realizzazione dell'opera de qua”). Nello specifico, va ordinato al solo I. P. di astenersi dall’ostacolare i lavori relativi alla messa in sicurezza del bene in proprietà comune con la ricorrente, ovvero il solaio posto tra il piano secondo, di proprietà del suddetto I. P., ed il piano terzo, di proprietà di C. M. L.; ad entrambi i resistenti va ordinato di non ostacolare l’esecuzione dei lavori relativi alle parti in comune dell’edificio.

Non può, invece, essere ordinato ai resistenti il pagamento delle spese necessarie, secondo le rispettive quote di comunione, trattandosi di materia che, da un lato, inerisce ai rapporti interni tra i condomini – comproprietari, dall’altro, investe un diritto a contenuto meramente economico - patrimoniale, in relazione al quale non può ravvisarsi alcun pericolo di danno grave ed irreparabile.

Quanto al governo delle spese di lite, appare opportuno tener conto del fatto che le parti nel corso del giudizio, come già illustrato, hanno convenuto sull’utilità di eseguire determinati lavori per il consolidamento dell’immobile, sostanzialmente coincidenti con quelli descritti dall’ausiliare, sebbene alla loro concreta messa in opera i litiganti non siano addivenuti: lo scrivente ravvisa, quindi, in tale comportamento delle parti una ragione sufficiente per giustificare la compensazione in ragione della metà delle spese del giudizio cautelare, ivi comprese quelle relative alla consulenza tecnica, con obbligo dei resistenti di rimborso in favore della ricorrente della metà rimanente.

P.Q.M.

  1. Accoglie il ricorso, nei limiti di cui in parte motiva, e, per l’effetto, autorizza C. M. L. a procedere immediatamente, previo rilascio dei titoli abilitativi amministrativi, se necessari, ed adottando tutte le cautele e le misure di sicurezza richieste dalla normativa vigente e dalle comuni regole di esperienza, all’esecuzione, a regola d’arte, dei lavori indicati al paragrafo n. 6 della relazione di consulenza a firma del CTU Ing. F. C. ed analiticamente descritti nell’Allegato n. 4, Computo Metrico Estimativo, che qui si intendono integralmente richiamati e trascritti, con i limiti di cui in parte motiva;

 

  1. Ordina a I. P. di non ostacolare l’esecuzione dei lavori relativi alla sostituzione del solaio con ammorsamento nella muratura principale al terzo impalcato, tra il piano secondo, di proprietà del suddetto I. P., ed il piano terzo, di proprietà di C. M. L., come indicati al paragrafo n. 6 della relazione di consulenza a firma del CTU Ing. F. C. ed analiticamente descritti nell’Allegato n. 4, Computo Metrico Estimativo, che qui si intendono integralmente richiamati e trascritti;
  2. Ordina a I. P. e P. M. A. di non ostacolare l’esecuzione dei lavori relativi alle parti comuni dell’edificio come indicati al paragrafo n. 6 della relazione di consulenza a firma del CTU Ing. F. C. ed analiticamente descritti nell’Allegato n. 4, Computo Metrico Estimativo, che qui si intendono integralmente richiamati e trascritti;
  3. Condanna I. P. e P. M. A., in solido tra loro, al rimborso in favore di C. M. L. del 50% delle spese del presente giudizio, che si liquidano nella somma complessiva di € 2.829,12, di cui € 129,12 per spese ed € 2.700,00 per compensi, oltre Iva e C.p.a., ove documentate da fattura, nonché rimborso forfettario spese generali, nella misura del 15%, come per legge; con attribuzione in favore del difensore, che ha dichiarato di averle anticipate;
  4. Compensa tra le parti il rimanente 50% delle spese del giudizio;
  5. Pone le spese relative alla consulenza tecnica d’ufficio, liquidate come da separato decreto del 28.12.2015 in complessivi € 2.399,54, oltre Iva e C.p., e provvisoriamente poste a carico di tutte le parti in ragione di un terzo ciascuna, definitivamente a carico di tutte le parti in ragione di un terzo ciascuna ed in solido tra loro nei confronti del CTU.

 

Si comunichi a cura della cancelleria.

Lagonegro, il 23.12.2015

                                                                                                                         Il giudice

                                                                                                               Dott. Giovanni Pipola

STUDIO LEGALE avv. ANGELO COCOZZA
CORSO GARIBALDI, 116 81055 SANTA MARIA CAPUA VETERE,(CASERTA)
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